Influenze nell’arte della miniatura

L’antica religione persiana del manicheismo fece un uso considerevole delle immagini; non solo il teologo fondatore, Mani (c.216-276) era un artista professionista, almeno secondo la tradizione islamica successiva, ma uno dei libri sacri della religione, l’Arzhang, venne illustrato da lui stesso. Le illustrazioni (probabilmente essenzialmente diagrammi cosmologici piuttosto che immagini con figure) sono state considerate come parte del materiale sacro e sempre copiate assieme al testo. Sfortunatamente, la soppressione islamica della religione manicheista fu così profonda che sopravvivono solo piccoli frammenti di arte manichea. Questi senza dubbio hanno influenzato la continua tradizione persiana, ma poco può essere detto in che modo. È anche noto che i palazzi sasanidi avevano dipinti murali, ma solo frammenti di questi sono pervenuti.[21]

Esistono scene narrative su ceramica, anche se è difficile giudicare in che modo si riferiscano alla perduta pittura contemporanea del libro.[8] Recentemente alcuni studiosi hanno notato che, sebbene i primi esempi sopravvissuti siano ormai rari, l’arte figurativa umana era anche una tradizione continua, in terre islamiche, in contesti laici (come letteratura, scienza e storia). Fin dal IX secolo, tale arte fiorì durante il Califfato abbaside (749-1258 circa, attraverso la Spagna, il Nordafrica, l’Egitto, la Siria, la Turchia, la Mesopotamia e la Persia).[22]

Il grande periodo della miniatura persiana iniziò quando la Persia fu governata da una successione di dinastie straniere, che provenivano dall’est e dal nord. L’invasione mongola, dal 1219 in poi, instaurò l’Ilkhanato come una branca dell’impero mongolo, e nonostante l’enorme distruzione di vite e di proprietà, la nuova corte ebbe un effetto galvanizzante sulla pittura del libro, importando molte opere cinesi e, probabilmente, anche artisti che travasarono la loro lunga tradizione di pittura narrativa. Gli Ilkhani continuarono a migrare tra i quartieri estivi e invernali, che insieme ad altri viaggi per la guerra, la caccia e l’amministrazione, rendevano la forma portatile del manoscritto miniato il veicolo più adatto per dipingere, come lo era anche per i sovrani medievali europei itineranti.[8] Il Grande Shāh-Nāmeh mongolo, ora disperso, è il manoscritto più importante del periodo.[23]

Dopo il 1335 l’Ilkhanato si divise in diverse dinastie in guerra tra di loro, tutte spazzate via dalla nuova invasione di Tamerlano dal 1381. Egli stabilì la dinastia timuride, portando una nuova ondata di influenza cinese, che fu sostituita dai Turcomanni della Pecora Nera nel 1452, seguiti dai Turcomanni della Pecora Bianca nel 1468, a sua volta rimpiazzati dai safavidi nel 1501, i quali governarono fino al 1722. Dopo un periodo caotico, Nadir Shah prese il controllo, ma non vi fu alcuna dinastia longeva fino alla dinastia Qajar, che regnò dal 1794 al 1925.[24]

Baysonghor Shahnameh, 1430. Fu il mecenate chiave della scuola di Herat

Fu solo nel XIV secolo che iniziò la pratica di commissionare copie illustrate di opere classiche di poesia persiana, soprattutto lo Shahnameh di Firdusi (940-1020) e il Khamsa di Nizami, che dovevano contenere molte delle migliori miniature. Precedentemente l’illustrazione del libro, di opere sia in arabo che in persiano, era stata concentrata in trattati pratici e scientifici, spesso seguendo a più riprese le miniature bizantine copiate quando venivano tradotti antichi libri greci.[25] Tuttavia una fioritura, nel XIV secolo, di manoscritti letterari arabi illustrati, sia in Siria che in Egitto, crollò alla fine del secolo, lasciando alla Persia l’indiscussa supremazia nell’illustrazione del libro islamico.[8] Molte delle migliori miniature dei primi manoscritti furono rimosse dai loro libri nei secoli successivi e trasferite in album, molti dei quali sono ora a Istanbul; questo complica la possibilità di tracciare la storia dell’arte del periodo.[26]

Le miniature del safavidi, e dei periodi successivi, sono molto più comuni di quelle precedenti, ma sebbene alcuni preferiscano l’eleganza più semplice degli inizi del XV e XVI secolo, la maggior parte degli storici dell’arte concordano nel vedere un aumento della qualità fino alla metà del XVI secolo, culminando in una serie di superbe commissioni reali da parte della corte safavide, come lo Shāh-Nāmeh di Scià Tahmasp (o “Houghton Shāh-Nāmeh”). Negli anni quaranta del XVI secolo ci fu una crisi, quando Scià Tahmasp I, in precedenza un grande mecenate, cessò di commissionare opere, apparentemente perdendo interesse per la pittura. Alcuni dei suoi artisti andarono alla corte di suo nipote Ibrahim Mirza, governatore di Mashad dal 1556, dove ci fu una breve fioritura della pittura finché lo scià non cadde e con lui suo nipote nel 1565. Altri artisti andarono alla corte dei moghul.[27] Dopo questi eventi il numero delle commissioni per manoscritti del libro illustrato caddero velocemente, e la tradizione subì un’eccessiva sofisticazione e quindi il declino.[28]

Tabriz, nel nord-ovest dell’Iran, era il centro di produzione durato più a lungo e Baghdad (sotto il dominio persiano) era quasi altrettanto importante. Shiraz nel sud, a volte capitale di un sub-sovrano, fu un centro dal tardo XIV secolo, e Herat, ora in Afghanistan, fu importante nei periodi in cui era controllato dalla Persia, specialmente quando il principe timuride Baysonqor era governatore negli anni 1420. Egli fu poi il principale mecenate in Persia, commissionando lo Shāh-Nāmeh Baysonghor e altri lavori. Ogni centro sviluppò il proprio stile, che fu in gran parte riconciliato e combinato sotto i safavidi.[29]

Le scuole di Herat, dove solitamente si trovavano i laboratori reali timuridi, avevano sviluppato uno stile di moderazione e di eleganza classica, e i pittori di Tabriz, uno stile più espressivo e fantasioso. Tabriz era l’ex capitale dei sovrani turkmeni, e nel primo periodo safavide gli stili furono gradualmente armonizzati in opere come lo Shāh-Nāmeh di Scià Tahmasp.[30] Ma una famosa miniatura incompiuta che mostra Rostam addormentato, mentre il suo cavallo Rakhsh combatte una leonessa, è stata probabilmente realizzata per questo manoscritto, ma non è mai stata finita, forse perché il suo vigoroso stile Tabriz non piaceva a Tahmasp. Sembra essere di Sultan Mohammad, le cui opere successive, nel manoscritto, mostrano uno stile adattato a quello di corte di Kamāl ud-Dīn Behzād. La miniatura è ora visibile nel British Museum a Londra.[31]

Influenze cinesi

Mi’raj del Profeta, di Sultan Muhammad; mostra influenze cinesi nelle nuvole e negli angeli, 1539-43.[32]

Prima dell’introduzione dell’influenza cinese, le figure erano legate alla linea di base e includevano “sfondi di tinta unita”, o in “chiaro accordo con le tradizioni artistiche indigene”. Tuttavia, una volta influenzati dai cinesi, i pittori persiani guadagnarono molta più libertà attraverso le tradizioni cinesi di “spazio illimitato e piani infiniti”. Gran parte dell’influenza cinese nell’arte persiana è probabilmente indiretta, trasmessa attraverso artisti dell’Asia centrale. Sembra che non ci siano miniature persiane che siano chiaramente il lavoro di un artista cinese o di uno addestrato nella stessa Cina. La più prestigiosa tradizione pittorica cinese, di manoscritti su rotoli, ha poca influenza; invece i paralleli più vicini sono con pitture murali e motivi come nuvole e draghi trovati nella ceramica cinese, nei tessuti e in altre arti decorative.[33] Il formato e la composizione delle miniature persiane hanno ricevuto una forte influenza dai dipinti cinesi.[34]

I governanti dell’Ilkhanato non si convertirono all’Islam per diversi decenni, rimanendo buddisti tantrici o cristiani (di solito nestoriani). Nonostante rimangono pochissime tracce, le immagini buddiste e cristiane erano probabilmente facilmente disponibili per gli artisti persiani in questo periodo.[35] Soprattutto nelle miniature mitologiche dell’Ilkhanato timuride mongolo, gli animali mitici vennero ritratti in uno stile vicino al cinese qilin, fenghuang (fenice), pixiu e drago cinese, anche se hanno un carattere molto più aggressivo nell’arte islamica e sono spesso visti combattersi l’un l’altro[36]

Principali miniaturisti persiani

La tradizione del laboratorio e la divisione del lavoro individuale, all’interno di una miniatura e di un libro, come descritto sopra, complica l’attribuzione dei dipinti. Alcuni riportano il nome dell’artista, a volte come parte dell’immagine stessa, ad esempio come se fossero dipinti su piastrelle in un edificio, ma più spesso con una nota aggiunta sulla pagina o altrove, ma sul dove e quando siano state realizzate risulta spesso difficile da appurare. A causa della natura delle opere, i riferimenti letterari e storici agli artisti, anche se sono fatti valere, di solito non consentono di identificare dipinti specifici, anche se ci sono delle eccezioni. La reputazione di Kamāl ud-Dīn Behzād Herawī, o Behzād, il principale miniaturista dell’ultima epoca timuride e fondatore della scuola safavide, rimase suprema nel mondo persiano, e almeno alcuni dei suoi lavori, e lo stile, possono essere identificati con un certo grado di sicurezza, nonostante una buona dose di dibattito accademico continuo.[37]

Sultan Mohammed, Mir Sayyid Ali e Aqa Mirak, furono i principali pittori della generazione successiva, del culmine safavide dello stile classico, le cui opere attribuite si trovano insieme in diversi manoscritti.[38] Abd al-Samad fu uno dei pittori persiani di maggior successo reclutati dagli imperatori moghul per lavorare in India. Nella generazione successiva, Reza Abbasi lavorò nel tardo periodo dei safavidi producendo principalmente miniature di album, e il suo stile fu continuato da molti pittori successivi.[39] Nel XIX secolo, le miniature di Abu’l-Hasan Khan Gaffari (Sani ol molk), attivo nella Persia Qajar, mostrarono originalità, naturalismo e perfezione tecnica.[40] Mahmoud Farshchian è un miniaturista contemporaneo il cui stile ha ampliato lo scopo di questa arte.

fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Miniatura_persiana